di Anna Maria Cardillo
L’ultima tua parola,
quella che di tutte
fa più male,
è una porta ormai muta.
Con lei hai chiuso una storia,
io, occhi e anche lacrime.
Scendo scalini ripidi e bagnati
e in Venezia m’annego,
vuota ormai di pensieri e di voglie,
ferita nel mio più profondo
e attonita.
Sperduta, l’eco della nostra vita
si frange in giorni
vestiti della tua inutile collera,
dipinti di capricci taglienti
e da me s’allontana,imprendibile ormai,
come la scia della barca
ferisce l’acqua stantia del canale.
Eppure
di stelle è ammantata San Marco,
il cielo si sposa in laguna,
a festa Venezia si veste
e d’istinto mi chiedo perchè,
proprio qui e una sera così,
la tela che un ragno paziente
per anni ha tessuto fra noi
è rimasta rappresa a una briccola,
da sterili collere uccisa.
E alle stelle domando d’un fiato
se vita finora hai vissuto.

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