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Ivan il flaccido, zar di tutte le palestre

25 feb

di Michele Pasquale
Ancora ricordo il tempo in cui alzavo il mouse,
baciavo lo schermo ed abbracciavo la tastiera,
gridando sottovoce alle tre del mattino:
“Ti amo, Lola 90-60-90!”.
Il tuo Nickname mi rendeva il più felice pirata della rete.
Mi allietavi le serate solitarie,
dando un senso al mio tempo passato fuori dall’ufficio.
Dimenticavo la calvizia precoce e la mia “mamminapprensiva”…
Per fortuna c’eri TU. Anzi, l’ emoticon di TE…ed io.
Mi scrivevi frasi insignificanti come:
“Qual’è il nome del tuo gatto?”
ed io mi scioglievo, anche dopo, quando spegnevo il PC
e restavo solo nel letto, come se fossi lì con me.
Mio Dio, quanto amo ancor oggi
la foto sgranata caricata sul tuo account!
Questo solo sapevo di te,
ma già m’ immaginavo alle Canarie in luna di miele.
E poi venne il giorno in cui (maledetta la mia sorte!)
ti chiesi d’ incontrarci di persona. Mentii.
Ti mandai in allegato mail
la foto di mio cugino Ivan, istruttore di palestra.
Pensavo ch’ essendo cugini
qualcosa di lui dovevi pur trovare in me, dopotutto!
Ti diedi l’ indirizzo, la mano mi tremava.
Guardai Google Maps. Comprai i biglietti Trenitalia.
Passarono sei ore nella cuccetta
più economica e sporca che potessi permettermi.
Scesi alle sei del mattino. Sentii l’aria fresca di una nuova vita.
Andai sei ore prima al bar che mi avevi indicato la notte prima.
Presi sei caffè nell’attesa: volevo esser pronto, sveglio, brillante.
La notte non avevo chiuso occhio.
L’ avevo passata ad immaginare il resto del tuo corpo,
possibilmente con i pixel non sgranati.
Non mangiavo nulla da sedici ore.
Avevo lo stomaco chiuso perché l’amore mi saziava a volontà.
Chissà, magari perdevo qualche etto!
Poi si fecero le due del pomeriggio, e pensai che tutte le donne più
belle del mondo erano famose per i loro ritardi.
Alle tre pensai di aver sbagliato treno.
Controllai orari, indirizzo, e riguardai la stampata
della tua faccina con l’ emoticon per vedere se fossi arrivata.
Si aprì la porta ed entrò una donna sui cinquanta. Bionda platino.
Assomigliava alla mamma, o quasi.
Aveva una giacca leopardata, tacchi a spillo viola,
una borsa con borchie minuscole ed occhiali a goccia.
Chissà, forse era la nonna di Lola!
Aveva l’aria di chi stesse cercando qualcosa, qualcuno.
Chiese al barista di un certo Ivan e…mi si gelò il sangue.
Era lei. Mio Dio, cosa avevo fatto? Questa tardona chi era?
Poi ricordai coppie storiche divise da decenni anagrafici…
Era inutile. Oramai ero lì, e mi presentai. “Ivan, piacere”.
Il suo labbrò si piego in una smorfia, e freddamente mi chiese:
“E tu faresti l’istruttore in palestra?”.
Stavo per annuire pietosamente, ma fui preceduto dalle
borchie della borsetta di coccodrillo.
Mi feci un taglietto sulla fronte, ma ci fu un’ emorragia.
Cercai di tamponare con i fazzolettini del bar, mentre lei prendeva
un Martini e mi guardava con pietà. Era l’ora di punta, il bar era colmo.
Il sangue fluiva come un torrente.
Lei finì il suo drink, lasciando il viola
del rossetto sul bordo del bicchiere. Poi disse al barista:
“Me lo offre Ivan il flaccido, zar di tutte le palestre”.
L’ emorragia finì, lei se ne andò ondeggiando sulle vecchie chiappe
mentre il locale sembrava fermo ad ascoltare il nostro amore.
Ripresi il bagaglio e presi il portafoglio:
il barista ch’ asciugava i bicchieri mi fece cenno che andava bene così.
Era serio, e sentii che non ero solo.
La sua faccia era piena di pietà. Mi sentii a casa.
Aspettai il treno al binario e fui a casa il giorno dopo,
pronto a cambiare il mio nickname e a vivere nuove vite
da pirata informatico!

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