di Barbara Miceli
Tu rompi il mio guscio
Amore che non sei più amore
Quando me lo butti in faccia
Quell’amore che ti regalo sottovoce,
alzando la tua, e infrangendolo
il fragile guscio che mi contiene
ma che non mi protegge da te,
frusta che mai riposa
sul suo pavimento splendente
dove i tuoi starnuti non raggiungono
il mio orecchio teso ad aspettare
una lode che dedichi solo a te
perché mi hai, mi possiedi,
madre che mi sei più madre
dell’utero amniotico che conosco
e di cui condividi le stelle,
crostacei dalle chele assassine
che sogno di aprire e succhiare
in ristoranti foderati di rosso,
per staccarvi quelle mani
che come sempre lo infrangono,
il mio fragile guscio
lasciandomi sterile e muta
o piangente in un angolo di solaio,
ombra solitaria con le trecce
compagna solo di mostri allergizzanti:
i miei gatti che ti fanno soffocare
il rosso peluche dei miei sonni infantili,
mostri imperfetti come me,
polverosi bambolotti dalle lacrime facili,
allegri chirurghi sempre vibranti.
Ogni muscolo è un dolore,
il cervello prima o poi mi scoppierà,
ma non per le onde invisibili,
per le parole abortite
che affollano i corridoi della mia testa,
cervello così pregiato che potresti
venderlo a etti alle tue oche
con piumaggi più vistosi del mio,
piagnucolosa bambina sempre malata,
con tonsille bacillose tutte per te,
l’eroe della Patria dai mille soli,
sfortunato ed inerte amante
della donna che ha mille feticci
e che ti vede come un sole
caldo e avvolgente, bello e costante
ma così cancerogeno a lungo andare…
Io sono la pazza che dovresti differenziare
Per il tuo stesso bene amore mio
Che non sei neanche un po’ di amore
Dopo le frustate che mi dispensi
Perché mi sei padre più del padre
Che mi aiuta a nascondere le scie
Del fumo che mi esce dal naso
Come un toro infuriato che mai
Mai sarò con te, crostaceo velenoso.
Dal mio naso solo ridicole epistassi…
Sono ridicole come i miei 25 senza lode,
oh genio sempre giusto e saggio,
che mi ha riparato perfettamente,
iniettandomi il canceroso veleno
che non chiede mai scusa,
e che ti lascia solo senza parole,
indecisa con l’arpione in mano
se assassinare il mostro acquatico
o se lasciarlo galleggiare per inerzia
ricostruendo il guscio a fatica
per farlo nuovamente infrangere
all’uomo che ti toglie ogni parola,
aspettando le nuove frustate
con religiosa abnegazione.

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