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Due voci separatamente

16 gen

di Stefano Serri
C’era una volta il nostro sorriso, è sparito.
Ecco il mostro nella favola del mio matrimonio:
se allargo le labbra, si chiudono gli occhi.

Non c’è spazio per oro e piume
sul nostro letto solo fango e pietra –
ma se mi volto e penso com’eri
forse era meglio avere perso allora
ogni memoria, quando io ero
regina serena e tu altissima luna.

Sapevo stringerti fino a ottenere il mio centro
e tu mi chiedevi: quando potrà finire?
come se le canzoni sciocche fossero vere.
Dovrei togliere la chitarra dal muro
e capire se la musica ci può svegliare.
Da troppo tempo non cerco di morderti,
non sei più un frutto per la mia bocca,
la lingua chiede di sparire nello stomaco.
Anche negli occhi non ho più sapore.

Ora sono senza regno, la luce è troppa:
il cuore chiama perché ha sete.
Abbiamo tradito il mondo sposandoci.
Senza chiuderci, dovevamo chiedere
“chi ha bisogno di noi?”, e non solo
interrogarci su cosa c’è per cena.

Ho sbagliato: non ho cercato le parole
per ripetere il tuo nome quando l’amore
sarebbe finito. Nessun figlio ci salva.
Dovremmo smettere di vivere a due voci
separatamente, e suonare ancora.

In una città di fango, camere di pietra,
su letti di pietra uomini di fango.
Ma forse questa nostra pena unita
scioglie in silenzio qualcosa:
il cuore ha una radice ancora.

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