di Salvatore Grieco
Fu il fato a far di noi un solo vibrare.
Ti concedevi sol tra chiesa e casa,
e del Santo Spirito tutta pervasa,
prima di darmi il tuo pieno alitare,
da me a lungo ti facesti pregare.
Fu la mia onestà a farti persuasa,
e con quel tuo decisivo sì, fu abrasa
l’ultima titubanza, per mandare
l’acceso mio sentimento in subbuglio;
talché, col tuo consenso, fu introdotto
nel già battente petto, il forte ruglio.
Così, col primo bacio ininterrotto,
«vieni» mi dicesti con un farfuglio,
«sta’ dall’anima mia, millimetri otto.»
Dopo tre anni di scambi passionali
(fattisi rituali),
tu avevi conquistato il cuore e il senno
mio, assoggettandoli alle tue umorali
lusinghe a me fatali;
già! Mi piegavo al tuo minimo accenno.
Tu e i tuoi siete stati sempre ospitali,
benevoli, cordiali;
insomma per voi ero simile al tenno
degli orïentali fasti imperiali:
una persona speciale.
Cosicché, non ebbi più alcun tentenno,
e calmo mi feci porre lo zuccotto
sulla testa, cedendo alle focose
tue voglie capricciose.
Mi sembrò d’aver vinto un terno al lotto,
talmente tanto ero d’amor stracotto,
che pretendevo, con parole esose
assieme ad altre cose
“sta’ dall’anima mia, millimetri otto”.
Colmi di sentimenti coniugali,
per l’avvenire copiosi progetti
ci demmo a disporre: agli abituali
ragionamenti, concreti concetti
sostituimmo, insieme agli ufficiali
gesti segnati da cinque confetti.
A pronunciare le promesse nuziali
volgemmo, scortati da due angioletti,
e fissando ancora una volta lo specchio
a me ti reggesti piangendo a dirotto:
stavi attaccata al mio braccio parecchio
stretta. Camminando a piccolo trotto,
e bisbigliandoci felici all’orecchio:
«Sta’ dall’anima mia, millimetri otto»
andammo il sacro imeneo a onorare;
dai parenti eravamo contornati,
che ai tremolanti due sì pronunciati,
tra applausi, il riso presero a lanciare.
Tutt’altro riso mi fece ghiacciare:
fu quello dei tuoi amici spudorati;
quei ghigni sui loro visi stampati,
nel delirio mi fecero piombare.
Già! Ben sapevano del tuo tradire.
Mi trattavan, senza farmi capire,
quale basso uomo, un indegno cagnotto;
l’amore, da quel dì prese a morire,
finì per sempre quel nostro bel dire:
“Sta’ dall’anima mia, millimetri otto”.

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1 febbraio 2011 at 17:55
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