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La Casa di Carlo

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LA CASA DI CARLO
archivio MusAA

Nell'Aprile 2011 la AB FILM ha prodotto il video-foto-documentario La Casa di Carlo che il MUseo Architettura Arte ( www.musaa.it ) ci ha commissionato.

Il filmato, della durta di dieci minuti è stato richiesto e proiettato da diverse istituzioni universitarie e non.

 

La casa di Carlo

testo di Paola Ardizzola

voce narrante di Patrizia Cattaneo

6 gennaio 2010: oggi sono esattamente nove mesi dalla data del terremoto, nove mesi da quella notte in cui un enorme orco impazzito è venuto da sotto terra a prendersi le nostre case, le nostre vite, la nostra città.

Tutti noi siamo stati costretti a ri-nascere quella notte, chiamati a vivere vite non nostre in case non nostre e senza le nostre cose, senza le nostre certezze, molti senza gli affetti che il terremoto ha portato via.

Durante questi mesi ho più volte pensato alla terra aquilana come una madre malevola, leopardianamente matrigna; dopo avermi sedotto per anni con la bellezza di una natura primordiale in armonia con i borghi antichi, di cui L'Aquila, anticamente definita Principessa del Sannio, era la più alta espressione, d'improvviso mi rifiutava.

Dopo aver assaporato la dolcezza di cui questo ventre materno mi nutriva, mi sono sentita come un feto abortito, come una vita in fieri improvvisamente recisa. Ma questa mattina, il giorno della mia nascita post terremoto, ho pensato che la terra non è colpevole, ma anzi vittima essa stessa della sofferenza.

Sento che devo fare qualcosa per stringermi alla terra madre che oggi mi partorisce...decido di chiamare il mio amico Carlo, che nel cuore del centro storico abitava, lavorava, gioiva ed amava, proponendogli un improbabile “recupero beni” a casa sua, così da poter entrare in “zona rossa”.

«Paola non so se ce la faccio; ogni volta che ci torno mi sento male, e non vedo l'ora di andarmene». «Questa volta è diverso – rispondo prontamente – perché ci sono io».

Accetta, credo in memoria delle antiche battaglie che abbiamo condiviso a favore di una cultura di qualità per la città.

L'appuntamento è nella parte alta dei giardini comunali, all'incrocio di via XX Settembre, che per pudore verso chi qui ha perso la vita, sfioro solamente con lo sguardo. La camionetta dei militari e dei vigili del fuoco ci segnala il punto off limits, oltre al quale si può camminare solo sull'asse principale della città, un rettilineo percorribile nella pantomima di una normale passeggiata, riaperto una volta messi in sicurezza gli edifici che vi si affacciano.

Lui arriva pochi minuti dopo di me; la sua smorfia di sorriso triste è compensata dalla bella sciarpa di seta che illumina il suo volto. Ci abbracciamo chiudendo gli occhi, e col vigile del fuoco ci incamminiamo verso quella che era casa sua.

La casa di Carlo era una casa speciale, un attico di un palazzo settecentesco dalla cui terrazza sul tetto si vedeva tutta la città; un'oasi dove spesso mi rifugiavo con altri amici per discorrere di arte, di architettura, di progetti. A lume di candela, in mezzo a cuscini esotici, mobili antichi ed opere d'arte, con il bicchiere di vino giusto si aspettava l'ora di andare a teatro o al concerto. Sono sempre stata grata alla sapiente arte dell'accoglienza che il mio amico esercitava allora, quando aveva la sua casa.

Ora non più. Con il magone nascosto ed il casco giallo in testa saliamo le scale uno per volta, attenti a percorrere il lato meno pericolante, fino a giungere alla porta d'ingresso. Benché esile, lui dà una decisa spallata alla porta, che diversamente non si aprirebbe. Entriamo insieme, e come allora mi dice: «Benvenuta!».

Il vigile del fuoco ha capito che non si tratta del solito recupero beni, ma di qualcuno che vuole ritrovare qualcosa che non risiede negli oggetti materiali da portare via.

A spalle appiccicate, come due gemelli siamesi lui ed io percorriamo il corridoio, dove libri sparsi giacciono in terra, fino a raggiungere la cucina, dove più palesi si manifestano i danni del terremoto in mura violentemente dilaniate, elettrodomestici ribaltati, interi servizi di porcellane rotti a terra su cui dobbiamo inevitabilmente camminare, ed io mi sento sacrilega a camminare su ciò che resta della vita passata di quella splendida casa.

In silenzio, raggiungiamo il meraviglioso soggiorno che ci accoglieva, spesso al suono delle note di Mina, che uscivano da uno stereo ora violentemente rovesciato a terra, con tutti i CD sopra. I divani, coperti da calcinacci, non celano la profonda crepa diagonale che come una saetta attraversa l'intera parete della stanza.

Sull'antico tavolo in legno, dove un tempo lui adagiava orgoglioso i suoi piatti da portata ricolmi di cibi squisiti, la muffa ricopre 3 frutti non più identificabili, che ora sembrano di cera mentre la splendida cristalliera, creata dal suo genio, è a terra con migliaia di piccoli, diafani frammenti di cristallo.

Le grandi piante che curava come figlie ora giacciono secche di fronte ad una finestra scardinata da cui filtrano fasci di luce che no, non riescono a ridare loro la vita.

Spostando un po' di macerie, invito il mio amico a sedersi, come facevamo allora; capisco che la riconciliazione con un luogo passa attraverso la sua fruizione, attraverso il tempo che decidi di dedicargli, attraverso la consapevolezza che vuoi riconoscergli.

Finalmente si guarda intorno, per un tempo interminabile: il suo corpo fermo rimisura lo spazio intorno a sé, uno spazio comune, familiare, nonostante tutto ancora amico.

«Ogni volta che da allora sono venuto qui – mi sussurra – ho pensato a quel film con Maryl Streep, La scelta di Sophie... quale dei due figli salvare? Avevo pensato ogni dettaglio con amore e dunque, nella fretta del “recupero beni” cosa salvare? Perché questa cosa si e quell'altra no? Tutto mi era caro, dal cavatappi al quadro di Emanuele Luzzati».

Viveva in questa casa con il suo compagno; adesso lui è un fiume di parole la cui forza sembra poter risarcire ogni muro violato, ogni finestra deturpata, ogni cristallo negato: «Quella notte, ero certo di morire. Era il rumore osceno del terremoto che me lo annunciava, un fortissimo rumore osceno. Allora anche io ho cominciato a urlare, come quando per paura si urla mio Dio! Io urlavo il nome del mio compagno, dichiarandogli tutto il mio amore, come se le mie grida d'amore potessero fermare il terremoto. In qualche modo è stato così, e adesso so perché la gente nei momenti di paura grida, perché quel grido può salvarti».

Parla più rilassato, dopo essersi acceso una sigaretta, non prima di aver ricomposto il posacenere di ceramica dentro cui ordinatamente lascia cadere la cenere bruciata, che potrebbe oltremodo violentare la casa se cadesse a terra. Questo gesto nobile mi intenerisce fino allo spasimo, e capisco quanta voglia ci sia di ricostruire, di ricostituire, di ritessere...

Abusando dell'infinita pazienza del vigile del fuoco, con estrema attenzione saliamo sul terrazzo dove lui, con gesti precisi e misurati, riordina gli oggetti sparsi. Ci abbracciamo come due fidanzati che stanno per passeggiare, e con la mente camminiamo sui tetti distrutti della città che appare ancora maestosa, infinitamente bella.

«Scendiamo giù – esclamo io – chiediamo al vigile di lasciarci camminare per le vie del centro, riprendiamoci la città con i nostri passi! Con sofferenza, con amore, come vuoi ma facciamolo!».

A Carlo s'illumina il volto, e quasi incoscientemente lasciamo di corsa la sua casa  per scendere giù in strada. Il vigile del fuoco capisce, e ci concede un po' di tempo da soli. Camminiamo, ed io sono grata perché posso ripercorrere le strade di una città che a suo tempo mi ha accolto, educandomi alla bellezza, quella bellezza che, come dice Dostoevskij, salva il mondo.

Nonostante il silenzio spettrale, nonostante la percezione dello scorrere della vita improvvisamente interrotta, nonostante la brutalità delle macerie impastate di pioggia, che trattengono il segreto che si cela dietro ogni oggetto intimo che mi si è rivelato, e che non avrei avuto il diritto di guardare, L'Aquila è ancora una città bellissima, che oggi mi vede nascere, perché, abbracciata ad un amico, è con lei che mi riconcilio.

Camminando, leggiamo sulla facciata di un antico palazzo: “Non domus dominum, sed domum dominus” e lui commenta: «Vedi Paola, non la casa al padrone, ma il padrone alla casa». Chi lo decida, questo non lo sappiamo, ma sappiamo che è vero e che oggi la città, che per noi è casa, ci ha scelto, ci ha voluto, ci ha partorito. Sappiamo di appartenere alla città, e di appartenerci l'un l'altro come abitanti della città.

Ogn'om che al mondo vene / nasce primamente ai suoi e al suo Comune, scriveva Brunetto Latini, nel XIII secolo. Immediato comprendere da questi versi l'appartenenza del singolo sia alla comunità che alla città, verso cui si avevano doveri ma grazie alla quale si poteva vantare un'identità, una protezione, un'appartenenza che nell'ambito della collettività connotava ogni cittadino singolarmente.

Sia il senso di appartenenza il vero cemento che può ricostituire la città.

Le sue pietre sono ancora la nostra anima che respira.

 



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